Officine delle prossimità

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Smettiamola di chiamare invisibili i senzatetto

Un titolo chiarissimo per un articolo altrettanto evidente.

Giuseppe Rizzo, redattore di Internazionale, rivolge un invito a superare la retorica dell’invisibilità. Commenta la ricerca Istat (su cui fio.PSD aveva fatto alcuni distinguo in una nota metodologica) e partendo dai dati del rapporto sulle morti in strada (curato dalla stessa fio.PSD) sollecita una prospettiva nuova per raccontare la condizione di chi vive in strada.

In un passaggio scrive:

“Ogni crisi è anche una crisi di narrazione”, scrive Solnit. “Siamo circondati da storie che c’impediscono di vedere le possibilità di cambiamento, di crederci e di fare qualcosa perché si realizzi”. A volte la situazione cambia, spiega Sonit, ma le storie no: “E le persone le seguono ancora, come vecchie mappe che le conducono in vicoli ciechi”.

Qualcosa di simile succede nel racconto di chi si ritrova senza una casa. Una realtà molto diversa al suo interno, con percorsi, storie e problemi che rendono unica ogni vita, ma che è etichettata quasi sempre come “invisibile”. Una parola catenaccio che spranga ogni discussione sull’argomento. Un termine che però sembra esprimere più il desiderio di chi osserva questa realtà che la condizione di chi ci vive. Il corpo di chi finisce per strada è del resto così visibile, esposto e vistoso da essere scandaloso, da far girare molti dall’altra parte: nel desiderio che sparisca, che diventi, appunto, invisibile.

Mi trovo molto in sintonia con questa riflessione e l’avevo brevemente anticipata in questo post su un intervista rilasciata alla trasmissione Siamo NOI!.

L’articolo, di cui suggerisco la lettura integrale, (è disponibile sul sito de “L’essenziale”) si chiude con un invito a scegliere con cura le parole con cui raccontiamo le storie e le vicende degli altri, soprattutto delle persone che vivono ai margini.

Rizzo ricorda: “Le parole possono dare potere. Ma anche toglierlo” ed il pensiero è andato ad una espressione surreale della poetessa Alda Merini che diceva:

“Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire”.

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