Officine delle prossimità

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Prossimità nella distanza

Il 9 aprile sono a Milano per una giornata di formazione.
Un gruppo di persone, legato ad una congregazione religiosa che lavora nel campo educativo, ha chiesto all’Aratro e la Stella un accompagnamento formativo per poter approfondire la possibilità di avviare una speciale forma di vita comunitaria.
Il gruppo è piccolo. Quindi sale la possibilità di lavorare bene e avere scambi di qualità.
Milano ci accoglie con un’inattesa giornata di sole. Il luogo scelto è ai margini della città, in campagna. Prato, alberi, animali da cortile fanno da cornice ad una scelta che non poteva essere migliore: con le misure per contenere la pandemia ancora attive poter stare all’aria aperta è davvero un dono.
La mattina è andata bene. I gruppi di lavoro e le restituzioni sono stati interessanti ed arricchenti. I partecipanti sono coinvolti ed attivi.

Come farsi prossimi nella distanza?

Dopo pranzo si forma un capannello. Volti seri. Preoccupazione.
Si torna in aula e percepisco tensione.
Una donna ha le lacrime agli occhi.
Ha ricevuto la telefonata della figlia. Vive all’estero e da qualche tempo soffre di un serio problema di salute (ndr attacchi di panico, evita per privacy).
Sono alle prese con il dolore per la distanza.
L’angoscia di una madre che percepisce una difficoltà cui non può far fronte. Qualcosa che ti fa avvertire impotente.
La preoccupazione per quanto sta accadendo, lontano da te, ad una delle persone più care della tua vita.
Due questioni sono in ballo.
La prima riguarda direttamente la donna e chiunque si identifichi con lei in quel momento: Come farsi prossimi nella distanza? Come poter offrire “vicinanza” e sostegno rimanendo nella distanza fisica?
L’altra tocca noi.
Siamo per qualche ora gruppo al lavoro. Persone vicine che si confrontano su un argomento “caldo”, intimamente connesso all’esperienza che viviamo: diventare comunità.
La domanda investe me come parte del gruppo: Oggi, qui e ora, sono fisicamente vicino a questa persona: come posso esprimere vicinanza/prossimità a lei, alla sua famiglia che è alle prese con la preoccupazione e l’angoscia per la sofferenza di una persona distante?

Un tema sensibile e quattro ambiti di indagine

La prossimità nella distanza, l’espressione appare bizzarra ma spero sia efficace.
L’esperienza appena vissuta risveglia in me l’attenzione su un tema che è, e sarà per il futuro, sempre più indagato.
Appunto almeno quattro ambiti che potranno essere successivamente approfonditi: la pandemia, la vicinanza/distanza tra genitori anziani e figli, le famiglie transnazionali alle prese con la migrazione e l’emigrazione dei giovani.

La pandemia della distanza

L’esperienza della pandemia ci sta lasciando tanti elementi di riflessione su questa particolare e paradossale condizione. La necessità di far avvertire all’altra/o il nostro supporto, la nostra concreta solidarietà, il calore del nostro affetto o amore deve fare i conti con i limiti dati dai chilometri che ci separano o dalla parete di plastica che impedisce il contatto fisico.
Si tratta di domande nuove, almeno in parte, per le quali sperimentiamo dolorosi e inaspettati apprendimenti sul campo.
La pandemia ci chiede di declinare in modo nuovo la prossimità, cercando di comporre esigenze di prevenzione e tutela sanitaria con i bisogni vitali di sentire la vicinanza di altri esseri umani.

Genitori lontani e desiderio di vicinanza

Il tema “come essere vicini nella distanza” impegna da anni quei figli che si trovano lontani da genitori anziani alle prese con la progressiva diminuzione dell’autosufficienza. Chi non vuole, o più spesso non può, optare per l’istituzionalizzazione dei propri cari (Residenze Sanitarie Assistenziali – RSA o Case di Riposo) è costretto a soluzioni più o meno creative e più o meno gravose. Nel tempo le richieste di aiuto e la necessità di un supporto da parte di persone che diventano progressivamente più fragili si intensificano. I cosiddetti “caregivers”, termine anglosassone entrato ormai stabilmente nell’uso comune, cioè “coloro che si prendono cura” (normalmente si fa riferimento ai familiari che assistono un loro congiunto ammalato e/o disabile) sono sempre più chiamati in causa con impatti rilevanti sull’equilibrio famiglia-lavoro e più in generale sulla loro qualità di vita. In Italia il tema ha implicazioni specifiche perché intreccia la struttura del nostro welfare ed una tradizione culturale segnata da “legami familiari forti”, dove gran parte di genitori anziani e figli adulti vivono in prossimità.

Famiglie a caccia di vicinanza

Altro ambito è quello delle famiglie transnazionali. Per famiglia transnazionale si intende un nucleo familiare composto da una coppia, con o senza figli, di cui almeno un membro adulto vive all’estero. Su questo tema in “Dov’è tuo fratello? Famiglia, immigrazione e multiculturalità”, scritto insieme ad Ignazio Punzi, scrivevo:

Fatico ad immaginare come si possa vivere a migliaia di chilometri dai propri bambini. Ed
affiorano domande: Cosa può spingere a scelte così faticose? Come si affrontano?
Cosa si dice ai figli quando stai per lasciarli, alla nonna o alla zia di turno, e per anni non li vedrai crescere, non potrai ascoltarli, consolarli, coccolarli?
Come si salutano i genitori, magari avanti con gli anni, mentre si lasciano il proprio paese, le tradizioni, le abitudini, gli odori e i sapori che dicono “casa”?
Alcuni studi recenti sulle famiglie migranti, quelli che hanno prestato maggiore attenzione alle dinamiche interne alla famiglia coinvolta nell’impresa della migrazione, sottolineano come per queste famiglie alcuni dei compiti e dei passaggi “tipici” di tutte le famiglie siano amplificati dalla condizione di straniero in terra straniera.
In sostanza alcune famiglie migranti mobilitano risorse inedite e consistenti per far fronte al compito nel compito che devono fronteggiare: educare i figli, tenere come coppia, far fronte alla conciliazione famiglia- lavoro, gestire la malattia piuttosto che una possibile crisi nel rapporto con i figli adolescenti ma nella posizione delicata e impegnativa di chi abita un altro paese, si misura con un’altra cultura, è lontano dai propri affetti e dai propri “naturali” riferimenti relazionali (i genitori in primis ma anche la rete familiare più ampia).

Da ultimo lo spunto da cui siamo partiti: giovani che per studio o lavoro si trasferiscono all’estero. Anche in questo caso, con assetti, esigenze ed aspetti critici molto diversi, si pone il tema di come mantenere un legame che fa i conti con la distanza. Questione che diventa evidente e preoccupante in caso di disagi o malattie ma che impegna in ogni caso i membri delle famiglie in una revisione delle forme e dei tempi con cui mantenere nella distanza la relazione. Mi piacerebbe ascoltare un repertorio di storie, soluzioni, espedienti trovati da chi è alle prese con questa peculiare prossimità nella distanza. Mentre ne scrivo ricordo un video pubblicato su YouTube dal gruppo di Casa Surace in cui raccontano della telefonata di auguri ai parenti lontani in cui annunciano (per gioco) che non rientreranno a casa per le feste.
Esempio riuscito di rappresentazione di quei “legami familiari forti” che costituiscono una differenza reale tra il nostro paese e, ad esempio, i paesi del Nord Europa. Ho scoperto solo di recente, con sorpresa, che in Svezia sono solo i genitori ad avere obblighi verso i figli. In quel paese non ci sono leggi che impegnano i figli a prestare cure ai genitori e non c’è nessun tipo di obbligazione giuridica a sostenere parenti o affini più lontani. (ha senso mettere il link all’articolo da cui ho preso questa informazione e su cui potrei tornare a scrivere?)

Come posso esprimere vicinanza?

Chiudo tornando alla domanda da cui mi sono sentito investito come parte del gruppo:

Oggi, qui e ora, sono fisicamente vicino a questa persona: come posso esprimere vicinanza/prossimità a lei, alla sua famiglia che è alle prese con la preoccupazione e l’angoscia per la sofferenza di una persona distante?

Il mio collega le ha chiesto se c’era qualcosa che potevamo fare per lei. Pronti a modificare scaletta e contenuti del lavoro per fare spazio a qualsiasi domanda di aiuto potesse arrivare. La risposta è stata: continuiamo perché sto meglio se dedico energie e attenzione qui piuttosto che sostare in una preoccupazione che non può tradursi in azione. Credo di aver colto lo stato d’animo di quella madre nei confronti della figlia: “abito a mille chilometri da te, percepisco la tua sofferenza, il tuo dolore, ma la distanza fisica mi preclude l’abbraccio ed ogni altra espressione fisica, concreta del calore umano con cui vorrei investirti”. L’ho condiviso con lei e col gruppo rispettando la sua scelta di non farsi travolgere dall’angoscia.
Il mio pellegrinaggio nei mille sentieri della prossimità continua.

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