Officine delle prossimità

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La prossimità come condizione operativa

Oggi sono stato invitato a portare un contributo di riflessione sulla prossimità in un percorso che stanno sviluppando le Suore della Provvidenza di San Gaetano di Thiene.

All’evento, online, partecipavano laici e religiose che operano con questa congregazione in ben 13 paesi distribuiti in 3 continenti oltre ad alcune presenze in Europa.

Prese le misure con la traduzione simultanea in più lingue, che induce a rallentare e a parlare in modo accessibile e comprensibile, ho esposto alcune considerazioni sul tema La promozione della persona nei servizi socio-educativi.

La richiesta è nata per un interesse che alcuni laici e religiose hanno manifestato per l’approccio Housing First e, in particolare, per quella specifica caratteristica che il suo ideatore chiama “partecipante-centrica”. In questo approccio infatti è fortemente caldeggiato, e incoraggiato, l’ascolto della persona che beneficia del progetto. La denominazione beneficiario, o utente, non aiuta a rendere l’importanza che viene data al punto di vista del protagonista. In molti contesti ci si riferisce a lei o lui come inquilina/o oppure come partecipante.

Promuovere una persona… cioè?

Le domande che hanno avviato la riflessione sono state: ​

Cosa significa promuovere una persona?
Come si promuove la persona nell’ambito di un servizio socio-educativo?

Ho condiviso alcune ipotesi e sottolineature a partire da tre chiavi di lettura:

  • la centralità della prossimità nell’esperienza umana, come categoria da esplorare e approfondire per evolvere nella capacità di vivere insieme e prendersi cura di chi è più debole o vive condizioni temporanee o croniche di disagio
  • il modello dei quattro codici della vita umana, come matrice capace di descrivere ed interpretare le dinamiche umane nelle sue relazioni fondamentali: con sé stessi, con gli altri, col mondo (dall’interiorità alla vita comunitaria, dalle dinamiche di coppie alla vita familiare, dalle organizzazioni alla vita consacrata) a partire dalle relazioni originarie vissute in famiglia (che si costituiscono come codici: materno, paterno, filiale e fraterno)
  • l’approccio Housing First, come modello di intervento che sta innovando radicalmente il lavoro con le persone senza dimora ponendo al centro l’integrazione sociale, a partire dalla casa, e restituendo alle persone il diritto/potere di scelta e controllo sulla loro vita.

Promozione come approssimazione

Mi è sembrato utile partire dall’idea di promozione.
Nel significato di promozione è cruciale l’avanzamento, l’elevazione (in particolare nel mondo del lavoro). Se guardiamo poi alla promozione umana la definizione riporta: l’elevazione delle condizioni di vita dell’uomo, soprattutto per ciò che riguarda la sua dignità, la libertà spirituale, di pensiero e di coscienza, i rapporti con gli altri uomini.

Non è una forzatura assumere che il promuovere ha a che fare col movimento. Da qui una prima conclusione necessaria: per promuovere occorre avvicinarsi, approssimarsi.

Il movimento va sollecitato, accompagnato, indotto, stimolato non avviene a distanza, come conseguenza di un input da telecomando.

Promuovere implica vicinanza. La promozione è legata alla prossimità, alla nostra capacità di approssimarci all’esperienza di vita (magari sofferente, frammentata, dolorosa) dell’altro.

Nel modo tradizionale di aiutare, e quindi di organizzare i servizi, di gestire l’équipe di educatori/operatori, c’è una scontata e indiscutibile asimmetria.
Da una parte c’è chi aiuta, accompagna (insegnante, educatore, operatore) dall’altra c’è l’utente, il destinatario, colui che usa/riceve l’aiuto.
Da una parte chi ha sapere e potere, dall’altra chi è debole, ferito, senza potere e senza sapere rispetto a come uscire dalla condizione di svantaggio e sofferenza.

Effetti paradossali dell’aiuto tradizionale

Per anni decenni abbiamo aiutato così.
Nel contesto della grave emarginazione, in cui lavoro come formatore da diversi anni, con questo approccio sono stati pensati e realizzati una serie consistente di servizi. Da quelli base (dormitori, mense, docce, …) a quelli più raffinati (centri di servizio, sportelli di consulenza, …). Peccato che spesso abbiano prodotto l’effetto paradossale di non facilitare l’uscita delle persone dalla condizione di grave emarginazione.
Cioè sono state investite risorse ingenti di tempo, denaro, si è lavorato sulla mobilitazione di persone per arrivare al risultato – paradossale – di cronicizzare il problema: tra le persone che finiscono in strada pochissime riescono ad uscire dalla loro condizione.

Non è solo un problema della grave emarginazione urbana (l’homelessness).
Mia moglie lavora nei Servizi per la Tutela della Salute Mentale e la Riabilitazione dell’Età Evolutiva, con funzioni di prevenzione, tutela, diagnosi, cura, riabilitazione, inserimento scolastico e sociale. Racconta, con mio sconcerto, che molti dei pazienti seguiti oggi sono figli e/o parenti di pazienti seguiti da decenni nel servizio: cioè quei servizi hanno – inconsapevolmente e paradossalmente – avuto un ruolo nella trasmissione intergenerazionale del disagio.

L’intervento, che non riporto per intero, suggeriva – in chiusura – di confrontarsi con queste domande:

  • quale prossimità sto sperimentando?
  • il nostro intervento sta cambiando, promuovendo e facendo evolvere la condizione della o delle persone che aiutiamo o accompagniamo?

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