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Housing First: uscire dal sottosopra

Il sottosopra non riguarda solo il mondo di Stranger Things ma descrive bene una di quelle storie invisibili di cui oggi, Giornata internazionale per l’eliminazione della povertà, dovremo ricordarci.

Alba.
Arrivi dalla Romania dove tra povertà e abusi di ogni genere hai già il tuo bagaglio di traumi da smaltire per il resto dei tuoi giorni.
Sei giovane, donna, tosta ma anche inevitabilmente persa nella morsa dell’alcool e in quei deliri che ti spingono a ferirti le braccia e urlare in piazza (sigh!) la tua rabbia e il tuo dolore indicibile.

Sei diventata famosa tuo malgrado.
Nota alla polizia che non sa più come arginarti.
Tristemente nota ai servizi ai quali ogni giorno manifesti il tuo disappunto per come non comprendono la voragine dei tuoi bisogni.
Sei l’icona dell’obbrobrio per i commercianti dell’elegante piazza dove improvvisi le tue disgustose performance.

Una storia che cambia le storie

Poi un giorno alcuni degli assistenti sociali e degli operatori che da anni cercano per te la struttura adatta, il progetto che “magari stavolta funziona”, l’accoglienza speciale su “misura per te”, ti parlano di una cosa nuova che si chiama Housing First.
Sembra un sogno o uno scherzo.
Dopo anni di case abbandonate, panchine, dormitori e divani di amici improbabili o anche letti caldi di case con troppe regole, e richieste troppo esigenti per la tua testa incasinata, ti offrono una casa tutta per te.
Quasi esiti ma dentro di te si fa strada la voce della fiducia, ha la forza di ricacciare quella della paura per le troppe volte che ti sei sentita fregata, tradita, sconfitta (magari dai tuoi stessi demoni).

Ti consegnano le chiavi, sei emozionata e incredula.
Loro, gli operatori, lo sono quasi più di te ma devono starti accanto senza tradirla troppo quell’emozione.
È mista al timore che anche questa volta possa andar male.
Il loro tempo accanto a te cerca di rispondere a questa domanda: “Come approssimarsi a chi vive una grande sofferenza?

Passano mesi e incredibilmente resisti!
E’ casa tua! Te ne prendi cura, riprendi confidenza con le azioni e i comportamenti dell’abitare.
Pulisci, fai le lavatrici, cucini, ti rilassi sul divano mentre guardi un film.
Non smetti di bere e fare casini.
Il solco del dolore è troppo profondo e l’alcool fa scorrere calore a buon mercato sulle pareti gelate della tua storia. Però giorno dopo  giorno inizi a cambiare.

E’ casa tua!

La proteggi quella casa da chi potrebbe non apprezzarne il valore e il significato che oggi ha per te.
Riduci le tue litanie quotidiane contro chi ti aiuta.
Ormai ti vedono quasi una volta alla settimana e sei molto meno aggressiva e arrabbiata.
E poi ti giochi in un ruolo nuovo! Tu l’assistita, quella bisognosa di tutto, la cronica e resistente ai trattamenti ospiti qualcuno a casa tua. Non importa che sia un caffè o un pranzo veloce. Tu sei a casa tua e stai servendo un’aranciata all’operatrice che vedevi solo in ufficio e solo per chiederle soldi e aiuti d’ogni tipo.
Fatichi a riconoscerti ma sta accadendo davvero.

Lo sconforto della ricaduta

Poi una crisi, l’ennesima.
Ricominci a bere e trattare male tutti, soprattutto chi ti sta più vicino nell’impresa – al limite del possibile – di aiutarti e tirarti fuori dalla strada (anzitutto quella a cui ti sei abituata e rassegnata dentro di te).
Hai persino uno scontro con la polizia che con durezza ti contiene ed evita che tu possa fare del male a te e ad altri.

Questa caduta ti getta nello sconforto e ti conferma che per te non c’è speranza, non c’è futuro.
Ma accadono due cose sorprendenti.
Non ti allontanano da casa. Quella che per te è nido e rifugio non la perderai. Loro rispettano il patto che tu hai messo così duramente alla prova.
E poi arriva l’ennesima proposta di un periodo di cura in una comunità per disintossicarti. Battaglia tentata e persa già altre volte. Eppure questa volta c’è qualcosa di speciale. La vocina, sottile, che dice “fidati, lo fanno per il tuo bene!” è sempre più chiara. Tu hai voglia di smettere con quella merda e con i frutti avvelenati che spande sulle tue giornate e sulle tue relazioni.
Senti che ti puoi fidare di questi matti che ostinatamente vogliono metterti in grado di scegliere una qualità di vita diversa, un modo meno distruttivo di lasciare il tuo scritto originale sulla pagina del mondo.
Così accetti di entrare in comunità e riprovarci.
Oggi ho ascoltato il loro racconto, appassionato, emozionante, soddisfatto.

Casa e fiducia

Avevo i brividi mentre li ascoltavo e pensavo alla grande responsabilità di custodire e promuovere anche altrove l’intuizione che ha permesso questo fragilissimo miracolo.
Tra le altre mi colpisce questa riflessione: “oltre la fiducia che si è creata, o rafforzata, con gli operatori per la sua scelta è stata centrale la casa!

Un operatrice racconta:

Quando sono andata a prenderla, per accompagnarla in comunità, Alba mi ha detto: “Ho sistemato la lavatrice, ho pulito per terra e sistemato la camera, ma ho lasciato un piatto sporco”.
Io le dico: “guarda che abbiamo tempo, puoi hai tornare a pulire e sistemare, ti aspetto.”
Lei: “lo so ma ho bisogno di lasciarlo lì, perché ci torno qui, a casa mia, e lui è come se mi aspettasse!”

Buon cammino in comunità Alba, buona risalita al piano di “sopra” e buon cammino a noi perché possiamo aprire occhi e orecchie per tutti quelli che hanno bisogno di lasciare piatti sporchi per tornare ad abitare come prossimi tra altri umani.

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