Officine delle prossimità

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E se fossi io? La scoperta del Labanof

E se fossi io?

Perdo il lavoro,
sono un po’ esaurito,
mia moglie mi lascia,
non ho più casa
oppure impazzisco e cambio città,
taglio i ponti con tutti
e nessuno sente più parlare di me.
Sparisco.
Una notte muoio.
Non ho i documenti.
Cosa succederebbe al mio corpo?

Questo è un passaggio del podcast Labanof che ho ascoltato in questi giorni. L’ho scoperto dopo il consueto consiglio del venerdì in un altro podcast, Morning di Francesco Costa, che -ormai- è entrato a far parte della mia routine quotidiana.

Il podcast, in cinque episodi, racconta storie e vicende professionali di chi opera nel Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense di Milano (LABANOF), fondato e diretto dall’antropologa e medico legale Cristina Cattaneo.

Con l’ascolto si entra in un mondo decisamente nascosto e marginale. Che opera nel terreno da cui la modernità si ostina a tenersi distante: la morte.

Ne racconto in queste pagine perché anche in questo caso ritrovo elementi di prossimità.

Il primo è l’identificazione sottesa alla citazione iniziale: e se fossi io?

Scomparire senza lasciare traccia

L’idea di scomparire senza lasciare traccia, di morire senza che il mio corpo possa essere identificato con certezza appare sconcertante. Non ci avevo mai pensato.

Ho sperimentato, personalmente, quanto sia centrale e prezioso il lavoro di chi si fa prossimo ai morenti ma non avevo mai pensato alla prospettiva di una morte anonima.

Mi commuove l’idea che qualcuno con pietà, dedizione e cura –difficili anche solo da immaginare– si chini su resti straziati, irriconoscibili, spesso dimenticati e lavori, con rigore e metodo scientifico, per dare loro un nome, riannodare la trama di una storia.

La morte può arrivare in modo orrendo e violento, colpire mentre siamo isolati e angosciati. L’idea di queste persone che a Milano, ogni giorno, lavorano per restituire un nome a corpi senza volto è consolante. Mi sembra che sottragga all’oblio, e al nulla, quelle persone strappate, spesso loro malgrado, alla vita.

Per scoprire qualcosa di più sul Labanof ho curiosato sul loro sito ed ho scoperto un link  “Archivio Sconosciuti”. Cliccando si apre una pagina dal titolo “Cadaveri non identificati”.

Dopo una serie di avvertenze, tra cui “le immagini che seguono potrebbero urtare la vostra sensibilità”, si può scorrere un repertorio di foto con i volti di persone morte di cui non è stato possibile ricostruire l’identità.

Senza dimora e senza identità

Vedendone alcune non posso non pensare alle persone senza dimora.

Molte muoiono così, senza nessuno che le cerchi, nessuno che si accorga anche della loro mancanza: in un pronto soccorso, travolti su una tangenziale, dispersi in un bosco.

Spicca il volto di una giovane donna nigeriana.

Ho lavorato, agli inizi della mia collaborazione con la Caritas a Padova, in un progetto di assistenza per donne vittime di violenza e tratta.

Ne ho incontrate diverse e di alcune ricordo il volto, la storia, i tentativi -spesso difficili- di uscire da relazioni tossiche.

L’idea che qualcuna di loro possa essere morta in condizioni drammatiche, che nessuno abbia potuto avvertire la famiglia o altre persone care, sopraggiunge improvvisa e violenta.

Quel volto, in quel portfolio spaventoso, appare come un ultimo disperato appello alla pietà, al bisogno che del nostro passaggio su questa terra resti una traccia nella memoria di chi ci ha incontrato e magari voluto bene.

Se fossi io”, tornando alla domanda iniziale, l’idea che qualcuno possa, con ostinazione e passione, approssimarsi ai miei resti, incuriosirsi sul mio destino e quindi ricostruire la mia storia per  tentare di restituirmi alla memoria dei miei cari sarebbe davvero consolante. Per me ed anche per i miei cari.

Vicini ai morti per servire i vivi

Oltre alla prossimità per i morti questo servizio, tanto prezioso quanto nascosto, si pone infatti al servizio dei vivi. Perché lavorare per trovare un nome ai morti aiuta i vivi a percorrere fino in fondo il loro lutto. In un’intervista Cristina Cattaneo racconta:

“Identificare i morti è fondamentale per i vivi. Una madre che cerca il corpo del figlio morto e non lo trova, non può iniziare a elaborare il lutto. L’identità è importante anche per motivi pratici: pensate agli orfani che senza un certificato di morte della mamma e del papà non riescono a ricongiungersi coi loro cari in Europa”.

Prosegue la scienziata:

“Siamo di fronte al più grande disastro umanitario dalla seconda guerra mondiale, abbiamo più di ventimila morti nel Mediterraneo e nessuno muove un dito per identificarli. Sono morti senza identità”.

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