Officine delle prossimità

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domande prossime

il primo passo è una domanda

Questo spazio raccoglie questioni che condivido con l’idea di “farle respirare”.

Le risposte chiudono, definiscono, risolvono. Mentre le domande aprono, stimolano, sollecitano approfondimenti.

L’orizzonte del rispondere resta ma è, appunto, sullo sfondo.
Domande diverse: alcune avranno respiri ampi e tempi lunghi, altre appariranno facili o magari “tecniche”, altre ancora saranno curiosità.
Offrirle qui, alla lettura e al possibile interesse di chi passa, moltiplica la possibilità che punti di vista diversi possano arricchire il pensiero, accogliere la complessità, fare spazio all’inatteso.

Come vivremo insieme?

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foto di Antenna Cw, Unsplash

Raccolgo e rilancio qui la domanda tema della Biennale di Architettura 2021. Scrive Hashim Sarkis:

Ogni generazione si sente costretta a porre questa domanda e a rispondere in un suo modo proprio. Oggi, a differenza delle precedenti generazioni guidate ideologicamente, sembra esserci consenso sul fatto che non esiste un’unica fonte dalla quale possa derivare una risposta. La pluralità delle fonti e la diversità delle risposte non farà che arricchire la nostra convivenza, non ostacolarla.”

Nell’intervento di apertura, che suggerisco di leggere per intero, “scompone” la domanda e la esplora facendo intuire le molte potenzialità.

Come si rimane vicini nel tempo?

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foto di Dylan Gillis, Unsplash

Da tempo sto osservando nel lavoro sociale progetti ed esperienze nell’ambito della prossimità. Spesso sono sorpreso dalla qualità degli interventi e dalla capacità di mobilitazione e attivazione delle comunità interessate. Purtroppo non è raro scoprire che nel tempo queste iniziative si esauriscono o evolvono in forme assai distanti dall’avvio. Quali sono i fattori che possono far durare nel tempo progetti che promuovono prossimità? Come contenere il rischio di belle pratiche ma limitate ad una “fiammata” bella da vedere, calda nella percezione ma molto breve nella durata?

Quando e come la prossimità diventa tossica?

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foto di Amber Kipp, Unsplash

L’interesse per il tema, un certo orientamento fiducioso alla vita e in particolare all’incontro con l’altro rischiano di far diventare alcuni scritti di questo sito degli esempi di retorica. Allora è bene ricordarsi che la prossimità ha anche un potenziale tossico, che essere vicini può essere fonte di dolore, che alcuni subiscono un modo di essere accanto che si esprime in fastidio, arroganza e persino violenza. Ho bisogno di raccogliere storie, episodi, vissuti reali che possano aiutarmi a comporre una sorta di inventario della prossimità maledetta, quella che fa male e ammala. Quella vicinanza che ci fa venire il sospetto che Sartre (peraltro, a suo dire, travisato per questa celebre espressione) avesse ragione: “l’inferno sono gli altri”.

Come approssimarsi a chi vive una grande sofferenza?

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foto di Marek Studzinski, Unsplash

Su Twitter seguo @marta_pellizzi e scorrendo i suoi tweet incontro queste parole:

Tra pochi giorni compirò 31 anni. A me sembra di aver vissuto cent’anni. Affronto il quarto tumore al cervello e lo spegnersi della vista. Sento che stavolta è finita. Mi chiedo come un essere umano possa sopportare questo. Ogni istante. #IoNonMollo. 

Ed io mi chiedo come si può essere vicini ad un dolore immenso, che in un tweet non ci entra? Come si può dire il tuo dolore mi tocca, mi riguarda, non mi è indifferente?

Cosa significa farsi prossimi nell’emergenza?

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foto di Chris Gallagher, Unsplash

Mentre scrivo questa domanda ho negli occhi le immagini dell’ultima alluvione delle Marche. Scorrono scene di distruzione, di fango che copre strade e case, di interviste, poco discrete, a persone traumatizzate e incredule. Viene da chiedersi, per l’ennesima volta, in un paese che subisce una sconcertante consuetudine con le tragedie: come farsi vicini a chi è alle prese con un evento traumatico? Esiste un settore specifico della psicologia che riguarda proprio gli interventi di tipo clinico e sociale da offrire dopo calamità, disastri ed emergenze di diverso tipo. A me sembra interessante approfondire soprattutto come una comunità può coinvolgersi rispetto ad un trauma che coinvolge uno o più dei suoi membri. Al di là degli interventi specialistici (psicologici o di protezione civile) come possiamo essere vicini quando il dolore, di qualcuna/o tra noi, trascende la normalità ed è intenso, straordinario ed imprevisto?