Officine delle prossimità

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officine delle prossimità

le radici di un sogno

perché “officine delle prossimità”?

Per tener traccia e condividere un percorso di ricerca, il mio e di coloro che collaboreranno al progetto, per promuovere prossimità.
Questa sintesi nasce da un percorso più articolato.

Da anni sono affascinato dal termine “prossimità” e dalla carica di vita che contiene. Nelle diverse esperienze professionali degli ultimi 20 anni ho rintracciato sempre questa sorta di schema ricorrente: stavo lavorando per promuovere prossimità.

Per molto tempo l’ho fatto da dietro le quinte, elaborando e realizzando attività di formazione per coloro che erano chiamati, in prima persona e direttamente, a ideare e mettere in pratica nei propri territori forme diverse di solidarietà con persone sole, fragili o in condizione di grave emarginazione. Il mio interesse era rivolto soprattutto alle relazioni che si intrecciavano in contesti di aiuto: come liberarle da sovrastrutture, non schiacciarle in ruoli (pur utili) o ridurle a procedure? Come recuperare tutta la vitalità dell’incontro tra persone, la forza generativa del conflitto, la bellezza, tragica, dell’umanità in dialogo?

In un percorso parallelo di ricerca e sperimentazione di pratiche di “fioritura dell’umano”, ho assistito alla forza generativa della “vicinanza”, dell’approssimarsi con rispetto e cura alla storia dell’altro – compagno di viaggio, partecipante – per scoprirsi intimamente legati e quindi sorpresi dalla profondità e intensità del sentirsi prossimi.

Anche nel lavoro con la grave emarginazione adulta, in cui sono coinvolto attualmente, finisco per essere attratto da quanto e come sia possibile “umanizzare” la relazione con persone che portano ed esprimono, con modi spesso indecifrabili, delle fatiche e dei dolori difficili anche solo da immaginare. Come avvicinarsi, aiutare e dare sollievo, a chi sceglie la distanza, l’isolamento o a volte persino la barriera del rendersi inavvicinabili per gridare aiuto? Come sostenere una progressiva prossimità con chi sembra rifiutarla alla radice, magari perché preda di un grave e invalidante disturbo psichiatrico?

L’ossessione della prossimità, perché quando una domanda esistenziale è impastata di desiderio diventa impellente e ineludibile, a un certo punto è diventata scelta di vita.

Dallo scarto tra il “promuovere ed esortare alla solidarietà” e la fatica che facevo a tradurla con coerenza in una vita che tenta un equilibrio tra sfera personale, familiare e lavorativa, grazie al discernimento con mia moglie è nato il bisogno di allearsi con altre famiglie in ricerca e fondare una comunità di famiglie.

Vivo quindi da oltre dieci anni in quello che posso definire un laboratorio permanente di prossimità.

La relazione con i miei vicini di casa non ha nulla a che fare con rissose riunioni di condominio ma è una vitale espressione di ciò che Ignazio Punzi, nel suo libro I quattro codici della vita umana chiama “codice fraterno”.

Queste pagine, dunque, raccoglieranno i frutti di questa ricerca, che intreccia ambito professionale e vita quotidiana.

Potrete trovare riflessioni, recensioni, interviste, segnalazioni che provano a declinare la prossimità anche fuori dal perimetro, a volte stretto, del “sociale”.

Proveranno a fare sintesi di intuizioni, pratiche e sperimentazioni per raccontare da un lato la bellezza della prossimità come condizione di vita e dall’altro selezionare gli ingredienti o, se preferite, i fili che possono aiutare persone, famiglie, gruppi, organizzazioni, quartieri a tessere trame di prossimità.

Seguire il lavoro sui social, o dagli aggiornamenti periodici della newsletter, permetterà a chi si sente “vicino” alla sensibilità e alla curiosità, che qui vengono condivise, di intercettare idee, contatti, spunti di riflessione da rielaborare nella propria traiettoria di ricerca personale e professionale.

Ok ma perché proprio “officine”?

Perché le diverse prossimità sono ragionevolmente frutto di un lavoro “artigiano”. La tessitura, la composizione, l’incastro, le connessioni non si producono in serie, con procedure industriali, ma sono frutto di lavoro di campo, di attenzione, di pazienza, di fallimenti e ricominciamenti. Quando non sono generate da un’intenzione “le prossimità” possono avere bisogno di manutenzione, di rigenerazioni e anche queste hanno necessariamente fattura “artigianale”.

Al fondo c’è anche un’altra motivazione. Sono figlio di un artigiano e sto scoprendo solo ora quanto quel lavoro di mio padre, in apparenza distante dalla mia sensibilità e dai miei interessi, fosse in realtà molto “vicino” a quello che ritengo utile e necessario oggi. E quindi rientro nell’officina, da cui credevo di essermi allontanato da adolescente, perché è quello l’ambiente buono per scoprire/generare/ideare cose prossime.