Officine delle prossimità

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Cosa si può fare?

Una vicenda di cronaca ha attirato la mia attenzione in questi giorni.
Una madre uccide una figlia adolescente, di tredici anni, e poi tenta il suicidio. È accaduto ad Oristano, in Sardegna. La comunità è comprensibilmente sconvolta. Il sindaco dice: “Con profondo dolore abbiamo appreso della tragedia che ha colpito la nostra comunità. La tragica morte di una nostra giovane concittadina ci lascia increduli e senza parole. È un evento terribile e senza senso che ha colpito tutti noi in modo molto profondo.“.

Una vicenda dolorosa che interpella chi si occupa di disagio.
Si legge, si cerca di approfondire e sorgono domande. Per me sono centrali e tento di raccoglierle perché possano orientare la mia ricerca (le chiamo
“domande prossime”). A partire da questa situazione mi chiedo:

Cosa si può fare in situazioni così estreme? Come ci si può prendere cura di chi soffre quando l’altra o l’altro rifiuta il tentativo di farsi vicini e di offrire aiuto?

Isolamento e ostilità

Nella storia familiare emergono una separazione problematica e un tentativo di far riconoscere una presunta incapacità “di intendere e di volere” della madre. Questo le avrebbe impedito di continuare ad avere l’affidamento della figlia. L’avvocato del padre afferma: Eravamo consapevoli dello stato di disagio della donna e già nel 2015, dopo il suo ricovero per problemi psichici, avevamo presentato istanza perché venisse dichiarata incapace di intendere e di volere, ma l’istanza è stata rigettata perché la donna ha presentato un certificato medico che la dichiarava idonea all’affidamento della figlia. L’istanza risaliva al 2015. Non conosciamo cosa sia stato fatto per sette anni dopo un procedimento giuridico così impegnativo.

Questa famiglia ha intercettato una o più scuole, dei legali, degli assistenti sociali, dei medici, forse una comunità parrocchiale, dei familiari, probabilmente dei vicini di casa. Per tutte/i loro dev’essere stato difficile leggere il disagio, segnalarlo o intervenire con una forma di vicinanza e aiuto accettabile da parte della madre. La donna ha scelto l’omicidio-suicidio come atto estremo di soluzione dei suoi e loro problemi.

I titoli dei quotidiani riducono la complessità e assecondano una stigmatizzazione del disagio psichico che occorre superare: “Problemi psichici per la donna che ha ucciso la figlia 13enne a Oristano

Una diversa prospettiva per nuove forme di responsabilità

Occorre coltivare un punto di vista nuovo, una prospettiva che solleciti forme nuove di responsabilità della comunità verso chi vive una condizione di disagio:

quali problemi hanno impedito alla comunità, con i suoi diversi volti e referenti, di farsi prossima a questa famiglia?

In altre parole: come possiamo migliorare la nostra capacità di aiutare chi soffre di disagio psichico ed esprime con fatica, e a volte in modo paradossale, la sua richiesta di aiuto? Inoltre: come possiamo sostenere le persone e le istituzioni che possono intercettare con più frequenza e facilità le situazioni di disagio?
Studiamo quali sono le condizioni che riducono i rifiuti e le barriere alla comunicazione opposte a chi offre aiuto da parte di persone o famiglie in sofferenza. Mettiamo a disposizione di chi aiuta in modo professionale, anche volontariamente, conoscenze su come sperimentare una solidarietà sottile, corta, fatta di gesti e segnali di disponibilità, di apertura.

Si tratta di una prospettiva complessa, che rifugge da ogni semplificazione e si pone in una continua ricerca di risposte personalizzate, adeguate alle storie di vita – diverse, intricate, faticose – di chi vive disagio e spesso anche marginalità.

Lasciami avvicinare

Di fronte a vicende così occorre un supplemento di umanità, uno sforzo straordinario per capire quale parola, gesto, tempo dedicato può far arrivare alla persona sofferente un segnale di fiducia, l’apertura di una disponibilità, l’ipotesi di una strada percorribile.
Una voce dissonante per chi è convinto che non ci sia via d’uscita e che il rifiuto e l’isolamento, e nei casi estremi la morte, possa essere l’unica drammatica soluzione al suo disagio.
La sfida è creare le condizioni perché chi è nella disperazione possa sentire e comprendere come vere queste parole:

Eccomi! Sono qui per te.
Lasciami avvicinare.
Puoi fidarti di me.
Posso aiutarti

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